Amatrice - Zona Rossa

Focus su Amatrice

Focus su Amatrice

Fotografie di un territorio sismico tra memoria e progetto

Una mostra digitale di Francesco Gangemi, Rossana Torlontano e Valentina Valerio in collaborazione con la fototeca
Veduta di Amatrice con le torri civica e di Sant’Emidio. Foto: Enrico Fontolan

Amatrice, novembre 2018

Premessa
Un territorio sismico
Com’era
Fotografie della catastrofe
Amatrice in bianco e nero
Cosa resta
Quale futuro?

Per approfondire
Il gruppo di ricerca

Premessa

Perché una mostra digitale? Il terremoto del 2016 e la successiva sequenza sismica hanno cambiato drammaticamente il volto di Amatrice, provocando vittime, stravolgendo il tessuto urbano e distruggendo emergenze monumentali. Oggi Amatrice si presenta come un luogo deserto, dove svettano isolate due torri, tracce dell’impianto medievale e simbolo della città scomparsa, ridotta a cumuli di macerie.
Come raccontare la varietà e la ricchezza delle testimonianze culturali scomparse? Come trasmettere la gravità e l’estensione dei danni attraverso le immagini senza cedere all’estetica della catastrofe? La mostra digitale vuole offrire l’opportunità di riallacciare le opere d’arte e i monumenti superstiti ai contesti lacerati, di interrogarsi sul destino delle macerie, senza indugiare sull’aspetto patetico e restituendo all’evento la sua dimensione temporale, che è quella della lunga durata.

Obiettivi. Questa mostra parte dal riconoscimento del terremoto come evento naturale ricorrente in un territorio sismico quale quello di Amatrice e dalla consapevolezza che le sorti del patrimonio culturale danneggiato dipendono dalle scelte messe in campo nella prima emergenza. Con il centro storico devastato dal sisma e ormai quasi totalmente cancellato dalla rimozione delle macerie, la memoria di Amatrice è affidata alla fotografia. Ma non solo: dalle immagini, in quanto strumento di documentazione e conoscenza, si dovrà necessariamente ripartire per progettare i futuri interventi di conservazione e ricostruzione. Scopo di questa mostra è la raccolta e la sistematizzazione della fotografia storica, alla quale si affiancano le immagini scattate immediatamente dopo il sisma e nelle periodiche campagne di monitoraggio realizzate dalla Fototeca della Bibliotheca Hertziana. Nell’attuale impossibilità di ricostruire il volto di Amatrice, le fotografie raccolte in questa pagina restituiscono, almeno virtualmente, la perduta unità culturale del territorio e aprono la riflessione su forme, modi e finalità della ricostruzione che si dovrà compiere.

Un territorio sismico

Amatrice sorge su un altopiano circondato dai massicci della Laga e dei Sibillini, nel cuore di una regione storicamente sismica al centro dell’Appennino, una catena montuosa il cui profilo corrugato si deve proprio ai movimenti tellurici. La morfologia accidentata e imponente del paesaggio attorno al centro urbano, con le montagne solcate da profonde crepe e fratture, è testimone della millenaria instabilità del territorio, ciclicamente colpito da forti terremoti. Furono particolarmente distruttivi, ad esempio, gli eventi del 1703 e del 1639, quest’ultimo descritto in dettaglio nelle pagine della cronaca redatta nello stesso anno da Carlo Tiberi (Nuova e vera relatione del terribile e spaventoso Terremoto successo nella città della Matrice e suo Stato con patimento ancora di Accumulo e luoghi circonvicini). “Il terremoto”, egli scrive, “subissò, e disfece case, e palazzi, onde à pena vi si scorgono le vestigia della Matrice”.

La sequenza sismica iniziata nella notte del 24 agosto 2016 e proseguita con altri forti episodi – a ottobre 2016 e a gennaio 2017 – ha determinato uno spartiacque nella storia di Amatrice. Gli effetti del violento sciame sismico su un’edilizia intrinsecamente fragile sono stati devastanti: dopo il terremoto si sono contati 299 morti e i danni sono apparsi presto tra i più gravi osservati in Italia nell’ultimo secolo. Le vedute aeree mostrano la progressiva distruzione del centro abitato, con l’aggravarsi dei crolli dopo la scossa del 30 ottobre 2016. Ciò è evidente nei panorami ripresi a novembre 2016, dove si scorge un paesaggio urbano ancora riconoscibile, ma del tutto sconquassato.

Dopo la catastrofe, il centro urbano degrada in una realtà estremamente mutevole, in cui il susseguirsi delle scosse e le operazioni di soccorso e di rimozione delle macerie alterano continuamente l’aspetto della città. Ad Amatrice, il cuore della vita cittadina era il Corso Umberto I, che tagliava in due l’abitato e sul quale svettava la Torre Civica, simbolo della collettività. La sequenza fotografica illustra le diverse fasi vissute dall’arteria principale nei mesi seguiti al disastro: dal progressivo sovrapporsi delle macerie, con l’interruzione della viabilità, fino al ripristino prima del solo transito stradale, quindi di ciò che restava delle quinte urbane, atterrate con la rimozione finale delle macerie. Questi fotogrammi condensano due anni di storia di Amatrice e documentano, nel processo di accumulo e di svuotamento dei detriti all’ombra della Torre Civica, la condizione metafisica in cui è calato il Corso. La strada che un tempo si percorreva lentamente, nella quotidianità di negozi, bar, uffici, è ora chiusa da palizzate a serrare la zona rossa e viene attraversata in breve tempo, solo da mezzi motorizzati. La fotografia registra la storia del disastro.

Com’era

La forma urbana: progetto e contesto. “Fin dapprima dovette (…) essere edificata con molta simetria, avendo delle buone strade, e piazze per comodo de’ cittadini, ed una fontana in una di esse”. Così l’erudito napoletano Lorenzo Giustiniani descriveva Amatrice alla fine del Settecento, individuando nella geometria del reticolo stradale l’elemento ordinatore dello schema urbano. La regolarità dell’abitato è figlia di una ratio progettuale analoga a quella di altri centri rifondati nella prima età angioina: come Leonessa, Cittareale, Cittaducale e altri borghi, Amatrice fu modellata concentrando la popolazione delle terre montane in un nuovo insediamento ispirato alle bastides francesi, le città nuove erette nel Midi durante il conflitto tra le corone francese e inglese. Sebbene il processo non sia testimoniato da fonti storiche, è la stessa forma urbana a inserire Amatrice all’interno della riorganizzazione demica e istituzionale della Montanea Aprutii, un’area strategica perché situata al confine con lo Stato della Chiesa. Già dal principio dell’età di Carlo I (1266–1282), la città ospitava infatti il Capitano delle Terre di Montagna, il magistrato incaricato di amministrare la giustizia e sorvegliare i confini del Regno di Sicilia.

La veduta aerea mette in risalto il sistema viario cruciforme, segnato all’incrocio dall’emergere in verticale della Torre Civica, accompagnata dal palazzo comunale – una centralità che doveva testimoniare lo status demaniale di Amatrice, posta sotto il diretto controllo della corona – e documentata dal 1293. Come le altre due torri superstiti fino al terremoto del 2016, quelle che fungevano da campanili alle chiese di Sant’Emidio e Sant’Agostino, è caratterizzata dalla muratura in blocchi bugnati di arenaria e dal coronamento a tratti cuspidati. Le tre strutture univano alla funzione campanaria quella di torri urbiche, parti del sistema difensivo, com’è evidente nel caso di Sant’Agostino, il cui campanile era direttamente appoggiato alla porta “iuxta carbonaria”, nei pressi dei fossati. Antiche vedute mostrano una corona di torri cingere quelle che il viaggiatore Edward Lear definì alla metà dell’Ottocento “le deserte mura di Amatrice”, dove – secondo la testimonianza cinquecentesca di Giuseppe Orologi, nella sua Vita di Camillo Orsini – si aprivano sei porte, oggi tutte scomparse.

Le testimonianze monumentali. Ai margini orientale e meridionale del centro abitato insistevano rispettivamente i conventi degli Agostiniani e dei Francescani, i due maggiori complessi religiosi di Amatrice. Entrambe le domus seguivano quindi la prassi dei mendicanti di occupare le zone ai limiti della città, segnando nuove direttrici di espansione dello spazio urbano e finendo per inglobare nell’insediamento una porzione delle mura urbiche. Questa relativa marginalità favoriva in realtà il controllo dei frati su alcune porte d’accesso, con chiare finalità commerciali. Ciò è evidente nel caso dello stanziamento francescano – documentato dall’ultimo quarto del Duecento –, che dovette presto rivestire il ruolo di epicentro religioso della cittadina. Non a caso attorno alla sede dei Minori crebbe una cintura di chiese e oratori, un vero e proprio polo cultuale che rispecchia il ruolo di perno economico svolto dall’Ordine in un territorio saldamente controllato dalla corona.

Del resto, la leadership dei Francescani su Amatrice era dichiarata già dal rapporto dell’insediamento con lo spazio urbano, con gli edifici conventuali chiaramente sovradimensionati rispetto all’abitato. Lo stesso fuori-scala del convento ritorna nella misura della chiesa, un organismo a navata unica coperto a tetto e concluso da un’abside poligonale. Tanto la forma del coro, quanto il trattamento dei fianchi con lesene sono soluzioni mediamente diffuse nell’architettura mendicante centroitaliana, anche se nelle chiese amatriciane è specifica la fascia di archi ribassati sui coronamenti, forse segno di un antico presidio antisismico.

La facciata di San Francesco ospita il principale episodio decorativo esterno: un portale cuspidato palesemente ispirato al portale maggiore della chiesa minoritica di Ascoli Piceno, non a caso la sede diocesana di riferimento per Amatrice. L’impianto aderisce a una tipologia diffusa in Abruzzo tra XIV e XV secolo e si adorna di gattoni, colonnine cinghiate, chevrons, tutti elementi di un lessico gotico maturo, che però cedono ogni esuberanza decorativa in favore di una generale sobrietà tipica della cultura appenninica umbro-laziale. Di estremo interesse è la decorazione della lunetta, miracolosamente scampata al sisma: si tratta di un gruppo plastico policromo in pietra con la Madonna in trono e il Bambino tra due angeli, attorniato da figure angeliche dipinte nel sottarco, che trova un riscontro iconografico e formale nell’analoga composizione nella lunetta del portale di San Benedetto a Norcia.

Si qualifica così una rete di relazioni artistiche fluida, tipica della frontiera medioappenninica, in cui – come sarà evidente nella decorazione a fresco – è spesso la componente picena ad avere il sopravvento, probabilmente grazie alla mediazione dei Francescani. Il ruolo pilota svolto dall’Ordine ad Amatrice è evidente anche nella chiesa agostiniana, che contrae l’impianto del modello minoritico in un edificio a navata unica, chiuso da un coro rettilineo, sempre con facciata a terminazione orizzontale e fianco cinto da archi ribassati su lesene. Il portale di Sant’Agostino, datato 1428, in accordo al carattere emulativo dell’edificio cui appartiene, rappresenta ugualmente uno sviluppo verso forme protorinascimentali dell’originale opera gotica.

Le testimonianze figurative. Nelle chiese urbane, le prime testimonianze figurative si collocano sul crinale tra il Trecento e il Quattrocento, nel momento di maggior ricchezza per la città, caratterizzato dal legame con la cultura artistica picena, penetrata nella conca amatriciana attraverso la viabilità appenninica. La grande chiesa mendicante di San Francesco custodiva la traccia più importante di questa vicenda artistica, articolata in una ricca pinacoteca di affreschi alle pareti, ampiamente mutilati dal terremoto. Le preziose cornici che racchiudevano molte delle scene affrescate davano un’impressione di unitarietà al programma decorativo, che invece è stato opera di diverse maestranze, organizzate in botteghe associate, secondo una prassi largamente diffusa lungo la dorsale appenninica, che certamente ha favorito la circolazione di stili e modelli. All’interno di San Francesco è possibile isolare l’intervento di almeno quattro botteghe, la cui attività si dilata per quasi un secolo e testimonia il tentativo, da parte di questi maestri, di interpretare le evoluzioni della pittura umbro-marchigiana.

Tra le prime scene è la raffigurazione dell’Albero di Jesse sull’abside, eseguita attorno al settimo decennio del XIV secolo da un maestro vicino alla scuola di Allegretto Nuzi. Successivamente subentrò la bottega responsabile della maggior parte della decorazione, tra le cui opere si distingue la bellissima Natività sulla parete nord, fortunatamente non del tutto compromessa dal sisma. Alla stessa maestranza – attiva anche in Abruzzo, nella cripta di Santa Maria in Platea a Campli – andavano riferiti gli affreschi sulla parete sud, con il Giudizio Universale, lacunoso e nascosto dalla sovrapposizione, avvenuta durante il Seicento, del notevole altare ligneo policromo, e le vicine sequenze della Morte e Incoronazione della Vergine, oggi perduti per il crollo dell’intero fianco dell’edificio.

Gli altri numerosi affreschi quattrocenteschi di San Francesco (tra i quali spiccavano l’Albero di Jesse sulla parete meridionale e la Madonna in trono con la raffigurazione di Amatrice sulla controfacciata) testimoniano del cambiamento di compagine avvenuto nella contemporanea cultura marchigiana. Le ultime maestranze operanti nella chiesa, infatti, avevano assimilato, seppure in una versione corsiva e vernacolare, le cadenze internazionali dei fratelli Salimbeni, i raffinati stilemi di Gentile da Fabriano, nonché le novità introdotte dall’arrivo di tavole veneziane ad Ancona e Camerino.

La complessa vicenda decorativa di San Francesco ha lasciato una forte impronta sulla cultura figurativa locale, a partire dagli affreschi dell’antica chiesa di Sant’Emidio, sede del Museo Civico. Qui ritornano, infatti, le stesse cadenze cortesi, aggiornate sugli esiti più moderni dei Salimbeni, come nella monumentale Crocifissione. Il riferimento alla civiltà pittorica marchigiana prosegue fuori dell’abitato di Amatrice nel santuario della Filetta, edificato in una delle numerose ville nel contado, dove il crivellesco Pierpalma da Fermo firma intorno agli anni Settanta del Quattrocento i rutilanti affreschi dell’abside, una delle vette della produzione artistica amatriciana. Le pitture si legano al prezioso reliquiario, realizzato per lo stesso santuario dal noto orafo ascolano Pietro Vannini.

Emerge in questo contesto una nuova personalità artistica, che sembra prendere le mosse dalla Madonna della Misericordia dipinta sulla parete destra nel Santuario dell’Icona Passatora presso Ferrazza. Al maestro, il cui percorso stilistico è stato recentemente ricostruito, va riferita anche l’importante nicchia affrescata con l’Annunciazione (datata 1491) già sulla parete sinistra della chiesa di Sant’Agostino ad Amatrice. L’anonimo maestro si deve ritenere caposcuola di una bottega attiva sul territorio per circa trent’anni e che trova nel cantiere pittorico della chiesa dell’Icona Passatora l’espressione più compiuta della propria arte. In questa bottega si formarono verosimilmente sia Dionisio Cappelli, che lascia diverse opere firmate tra Amatrice e Arquata del Tronto, sia il giovane Nicola Filotesio.

Chi mutò il corso di questa storia fu proprio Nicola Filotesio, detto Cola dell’Amatrice, l’artista più importante cui la città diede i natali e di cui resta ad Amatrice, tuttavia, la sola Sacra Famiglia del 1527. Il successo di Cola a Roma spostò il polo d’attrazione degli artisti attivi nel borgo verso l’Urbe. Da baluardo sugli Appennini di una tradizione figurativa originale e composita, dominata dal carattere piceno-aprutino, alla fine del Quattrocento Amatrice divenne così ‘periferia’ di Roma e confine settentrionale della Sabina.

Il paesaggio raffigurato. Una menzione speciale meritano le vedute che fanno da sfondo alle scene sacre e alla narrazione civica e agiografica locale. Solo in apparenza relegate al ruolo di comprimarie, esse dichiarano piuttosto l’autocoscienza degli artisti nella rappresentazione dello spazio entro cui si muovono, con una particolare propensione alla raffigurazione dell’ambiente naturale. È una sensibilità derivante anche dalla presenza soverchiante della natura in queste lande, il cui paesaggio ondulato è ripreso idealmente nelle pitture delle chiese amatriciane e del contado. Gli artisti all’opera nelle valli appenniniche offrono così un’istantanea del microcosmo ambientale che fa da sfondo alla loro attività, inserendo vedute urbane e racconti sacri in un rigoglioso contesto di campi, pascoli e montagne. Un ambiente, infine, vivificato da una puntuale descrizione della fauna: gli animali, infatti, sono il naturale complemento dell’uomo nella società rurale testimoniata da queste immagini.

Fotografie della catastrofe

Il recupero pietra su pietra e il ruolo della fotografia. La ricostruzione del patrimonio danneggiato secondo gli indirizzi dettati dal principio del “dov’era e com’era” è subordinata a due condizioni fondamentali: la conservazione fisica dei frammenti e la presenza di una documentazione grafica e fotografica dello stato dei luoghi prima dell’evento sismico. Allo stato attuale, le procedure messe in campo per la rimozione delle macerie nel centro storico di Amatrice hanno garantito la conservazione di isolati frammenti architettonici all’interno di locali di deposito predisposti dalla Soprintendenza ABAP per le province di Frosinone, Latina e Rieti, ma il resto del tessuto dell’edilizia urbana atterrato dal terremoto è ridotto in cumuli di frammenti ormai irrecuperabili, in attesa di essere differenziati e smaltiti come rifiuti speciali per far posto, gradualmente, alla desolante spianata in cui a stento si riconosce l’originario tracciato viario.

Perduta dunque gran parte della materia che costituiva il centro storico nella sua secolare stratificazione, il principio del “dov’era e com’era”, spesso abusato nel dibattito delle ricostruzioni degli ultimi anni, ad Amatrice non è più attuabile e lascia aperti interrogativi sul futuro utilizzo dei frammenti scampati alle demolizioni.

Prima di Amatrice: terremoti e fotografia in Italia nel Novecento
Friuli 1976, Oreste Ferrari, direttore dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, sulle macerie del Duomo di Venzone. Foto: La memoria di un evento. Il Friuli terremotato nelle immagini del Gabinetto Fotografico Nazionale, a cura di F. Marino, Trieste 2014, p. 133

Friuli 1976, la fotografia dei danni

Il recupero di ciò che il terremoto abbatte e la conseguente ricostruzione per anastilosi ha avuto numerosi precedenti in Italia per tutto il corso del Novecento, ma i tempi e gli esiti di questi interventi sono sempre stati subordinati alla capillarità e all’esaustività della documentazione prodotta in tempo di pace. Ma non solo. Quando il contesto determinato dalla catastrofe non lasciava possibilità di recupero, si è demandato alla fotografia l’atto estremo di conservazione: la trasmissione della memoria di ciò che era scomparso. Entro queste due linee si è storicamente configurato il ruolo della fotografia nelle emergenze sismiche: strumento per la ricostruzione e testimonianza documentaria.

Reggio e Messina, 1908: la fotografia nel confronto tra il prima e il dopo. A un anno dal catastrofico terremoto calabro-siculo del 1908, la Società Fotografica Italiana pubblicò l’album illustrato Messina e Reggio prima e dopo, con le immagini del patrimonio storico-artistico dei due centri ricavate dalle raccolte Brogi e Alinari e dagli Archivi del Gabinetto Fotografico Nazionale, accompagnate dagli scatti dei danni a firma di fotografi professionisti o concesse dagli archivi militari. La prefazione di Ugo Ojetti chiarisce il compito affidato alla fotografia: “raccogliendo con ordine e fissando con nitidezza in questo volume molte centinaia di immagini delle città distrutte, noi abbiamo dunque voluto sottrarle alla seconda morte, all’oblio”.
Le potenzialità della documentazione fotografica per il recupero degli oggetti sepolti sotto le macerie e per la definizione dell’entità delle perdite fu colta anche dagli organi periferici preposti alla tutela del patrimonio. Pur nelle difficoltà organizzative della ancora giovane struttura amministrativa, l’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti della Sicilia produsse immediatamente elenchi analitici di fotografie dei monumenti di Messina, integrando le immagini possedute con quelle di fotografi professionisti attivi sul campo.

Marsica, 1915: le campagne fotografiche del Gabinetto Fotografico Nazionale per la ricostruzione. All’indomani del terremoto marsicano, la dettagliata campagna fotografica, già intrapresa a corredo dell’elenco dei monumenti di interesse nazionale voluto dalla Direzione Generale Antichità e Belle Arti, costituì una preziosa base informativa per pianificare le operazioni di prima emergenza. L’ispettore storico dell’arte Achille Bertini Calosso, tra i primi a intervenire sui luoghi del disastro, ne sottolineò da subito il valore operativo: “poiché l’occasione mi si presenta opportuna, voglio notare come nel recupero di oggetti tra le rovine di edifici nei paesi colpiti dal terremoto si è palesata tutta l’immensa utilità pratica di questi Elenchi indicativi il cui lavoro sarà vantaggioso per il nostro Ufficio spingere innanzi colla maggior alacrità possibile”. Anche la fotografia subì di conseguenza una radicale trasformazione: abbandonò il compiacimento estetico della catastrofe, per puntare l’obiettivo verso la registrazione dei danni in funzione della ricostruzione. Nella chiesa di San Pietro ad Alba Fucens, le immagini commissionate dal Gabinetto Fotografico Nazionale prima del terremoto indirizzarono le operazioni di prima emergenza e contribuirono, a distanza di anni, a restituire, con un audace e apprezzato intervento di anastilosi, la sua facies duecentesca.

Friuli, 1976: Venzone e “le pietre dello scandalo”. Nel piccolo centro di Venzone, distrutto dal terremoto e assurto negli anni a simbolo della ricostruzione “dov’era e com’era”, il recupero delle macerie avvenne per merito della strenua opposizione della società civile e della accurata documentazione grafica e fotografica del tessuto urbano. Il centro storico prima delle due scosse era stato oggetto di un rilievo edilizio e di un’analitica schedatura corredata da documentazione fotografica eseguita dalla Soprintendenza triestina. Il materiale – insieme agli studi di Guido Clonfero, ispettore onorario e grande conoscitore locale, e al rilievo fotogrammetrico dei prospetti edilizi eseguiti da Hans Foramiti – fu messo a disposizione di tecnici e progettisti nell’Archivio fotografico Comunale. All’indomani dell’evento, il Gabinetto Fotografico Nazionale sotto la guida di Oreste Ferrari realizzò una capillare campagna di rilevamento fotografico dei luoghi danneggiati: 2.500 scatti che contribuirono a impostare e indirizzare l’opera di ricostruzione.

Umbria e Marche, 1997: Assisi e il “cantiere dell’utopia”. Il terremoto dell’Appennino umbro-marchigiano compromise un tessuto culturale diffuso di borghi, pievi, cappelle rurali. Ma l’immagine dell’evento fu catalizzata dal crollo di due volte della basilica superiore di San Francesco ad Assisi, che aveva causato la morte di quattro persone e la perdita di una delle più preziose testimonianze della pittura italiana. Nonostante l’apparente irreversibilità del danno, si decise nell’immediatezza dell’emergenza di recuperare le macerie, in attesa di stabilire le procedure e gli esiti della restituzione. La raccolta di oltre 300.000 frammenti pittorici, anche di ridottissime dimensioni, lasciò aperta la possibilità della ricollocazione nel rispetto assoluto dell’autenticità della materia. Tutto questo fu possibile grazie all’ausilio di fotografie precedenti all’evento, stampate su scala 1:1, che consentirono la ricomposizione dei frammenti, selezionati attraverso la localizzazione del crollo e su base cromatica.

 

Amatrice in bianco e nero

Nei contesti periferici la documentazione fotografica storica del patrimonio culturale è di norma rara, si concentra in prevalenza intorno ai monumenti più rappresentativi e scaturisce in gran parte da iniziative particolari e occasionali come mostre, pubblicazioni o restauri. Il soggetto ricorrente della fotografia nell’area amatriciana è perlopiù rappresentato dal paesaggio montano circostante. Per merito delle pubblicazioni del Touring Club Italiano i Monti della Laga e la conca di Amatrice divennero intorno agli anni Cinquanta del Novecento meta di escursioni naturalistiche.

 

“Superbo spettacolo naturale della terra amatriciana”: queste le parole che introducono La Conca Amatriciana, documentario del 1955 di Franco Romani su soggetto di Giovanni Minozzi, fondatore dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia e promotore della costruzione nel 1919 della prima grande sede dell’istituzione proprio ad Amatrice. Il documentario illustra il territorio di Amatrice e si sofferma sulle chiese di Sant’Agostino e di San Francesco, all’epoca da poco restaurate dalla Soprintendenza ai Monumenti del Lazio.

L’attività degli enti di tutela e gli studi. Il più esaustivo fondo fotografico relativo al patrimonio culturale amatriciano è datato intorno agli stessi anni e scaturisce dall’intensa attività della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio entro i due principali ambiti dell’attività di tutela sul territorio: il restauro e la catalogazione. Si tratta di immagini con marcate ed esclusive finalità documentarie, molto preziose nell’attuale contesto post-catastrofico perché testimoniano situazioni di criticità conservative e operazioni di restauro che nei decenni hanno contribuito a delineare la specifica vulnerabilità di ogni monumento.
I restauri, realizzati verso la fine degli anni Cinquanta del Novecento a cura della Soprintendenza alle Gallerie e alle opere medievali e moderne per il Lazio, ebbero il merito di suscitare anche un rinnovato interesse della letteratura critica nei confronti delle testimonianze artistiche locali. La riscoperta di affreschi sotto scialbo in occasione dei restauri indirizzò gli studi verso nuovi collegamenti della pittura locale con la scuola figurativa umbro-marchigiana. Due scatti del fotografo, archeologo e storico dell’arte tedesco Konrad Helbig, datati 1965 e dedicati agli affreschi delle chiese di Sant’Agostino e San Francesco (ora nel Bildarchiv Foto Marburg), sembrano forse scaturire da una estensione delle ricerche di Helbig sull’Umbria, pubblicate in Umbrien. Landschaft und Kunst e indirizzate oltre i confini regionali verso l’area abruzzese e laziale.

Ma ancora a quella data sono esclusivamente le chiese di San Francesco e di Sant’Agostino a meritare l’attenzione degli storici, sul filone indicato nel 1928 da Carlo Ignazio Gavini nella sua Storia dell’Architettura abruzzese, dove i due monumenti, immortalati in quattro scatti, stanno a testimoniare le forme dell’architettura tardomedievale nelle estreme propaggini dell’Abruzzo. Amatrice restò all’interno dei confini regionali abruzzesi fino al 1927, quando passò alla neocostituita provincia di Rieti, nel Lazio, ricadendo da allora nelle competenze territoriali della Soprintendenza alle Gallerie e alle opere medievali e moderne di quella regione.

È del 1957 la mostra Opere d’arte in Sabina dall’XI al XVII che l’allora Soprintendente Emilio Lavagnino organizzò per presentare una ampia selezione degli interventi di restauro effettuati nel reatino. L’area amatriciana fu rappresentata dalla chiesa di Sant’Agostino, oggetto di un intervento di consolidamento della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio, che aveva riportato alla luce le nicchie affrescate. Furono inoltre inserite alcune chiese del circondario, tra le quali quella di Sant’Antonio abate nella frazione di Cornillo Nuovo, quella di San Giovanni nella frazione di Prato, l’Icona Passatora di Ferrazza e la chiesa di Santa Maria della Filetta, tutte in precario stato conservativo prima dell’intervento di consolidamento, di rifacimento delle coperture e di recupero degli affreschi.

All’esposizione del 1957 seguì nel 1966 la mostra Opere d’arte restaurate in Sabina dalle Soprintendenze ai Monumenti e alle Gallerie del Lazio, allestita anch’essa per “tratteggiare a grandi linee il programma svolto dalle Soprintendenze ai Monumenti e alle Gallerie”. “Molte opere che difficilmente si conoscevano sono state visibili; molte altre pericolanti consolidate; molti capolavori resi al primiero splendore; molti dipinti restituiti alla purezza di stile e di colore”, si legge nell’introduzione al catalogo. Della vivace attività della Soprintendenza in quegli anni resta traccia nell’Archivio storico, nel fondo fotografico dedicato ai consolidamenti strutturali, ai rifacimenti delle coperture, alle scoperte e ai restauri degli affreschi, operazioni coordinate dall’ispettrice Luisa Mortari.

Dalla fine degli anni Sessanta, inoltre, l’intera area della provincia di Rieti fu oggetto di una estesa campagna di schedatura. Un lavoro di censimento del patrimonio culturale ‘minore’ in parte già avviato anni prima dalla stessa Mortari in collaborazione con Italo Faldi. Gli archivi delle Soprintendenze tuttora conservano, accanto alle schede e alle fotografie delle opere dei maggiori monumenti di Amatrice e del circondario, il catalogo esaustivo del patrimonio mobile degli edifici di culto e delle decorazioni plastico-architettoniche dell’edilizia civile, ormai cancellata dal terremoto e dalle successive operazioni di primo intervento.

L’impegno della Soprintendenza nella salvaguardia del patrimonio diffuso si rinnovò nel 1979, quando si intraprese una campagna di rilevamento dei danni provocati sui monumenti amatriciani dal terremoto della Valnerina del 1979, di cui resta traccia nell’Archivio fotografico storico della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio.
Le fotografie che documentano lesioni murarie, dissesti, crolli localizzati delle superfici dipinte delle chiese del Purgatorio, di Santa Maria delle Grazie, di San Giovanni e di San Martino, sono la più efficace testimonianza di una storia sismica trascurata, perché periferica rispetto all’area del cratere del terremoto del 1979 e ancora di quello del 1997. Danni di lieve entità, non risarciti, che nel tempo hanno finito per aggravare lo stato conservativo di tutta l’edilizia amatriciana.

Hutzel e il “patrimonio minore” (1968). Max Hutzel, con il progetto Foto Arte Minore, tra la fine degli anni Cinquanta e il 1988, si concentrò sui centri minori, sfuggiti all’attenzione delle soprintendenze e degli studiosi di storia dell’arte. Hutzel esplicitò le finalità del suo progetto in una lettera a George Goldner nel 1982: “Circa trent’anni fa ho rilevato che negli archivi italiani statali e privati esistenti era stato raccolto soltanto materiale fotografico dei più grandi musei e città, dei più famosi palazzi e chiese; […] pittori scultori e architetti noti in tutto il mondo. Nessuno si era reso conto che lontano […] dalle grandi strade – nelle valli e montagne – si trovano migliaia di piccole città e paesini – quasi dimenticati ‘da Dio e dagli uomini’ – dove è nata propriamente l’arte artigianale. Proprio qui, in questi villaggi sconosciuti si trova la culla oppure la fonte di tutta l’arte italiana. Da essa si sono formati i maestri più famosi, dei quali parla oggi il mondo, purtroppo solo di loro. Il mio materiale accumulato intende modestamente fornire la prova che queste opere d’arte sconosciute, nascoste in paesi remoti non sono meno considerevoli e meno grandi. Purtroppo una gran parte di esse è già da considerare persa e va ogni giorno incontro a degrado e distruzione”. Hutzel scattò per Amatrice più di 30 fotografie dedicate alla chiesa di San Francesco e ai suoi dipinti murali.

Cosa resta

Dal 24 agosto 2016 Amatrice è in costante trasformazione: la devastazione del sisma, le operazioni di primo soccorso, la rimozione delle macerie, ma anche l’installazione dei nuovi moduli abitativi temporanei hanno di volta in volta creato nuovi scenari, sempre mutevoli, che meritavano di essere documentati. Per tale motivo si è deciso di integrare il nucleo di immagini storiche di Amatrice posseduto dalla Fototeca Hertziana – in parte tratto dagli archivi della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio e in parte costituito da campagne realizzate nel secondo dopoguerra – con fotografie attuali che documentassero le trasformazioni in atto. Sono state quindi acquisite centinaia di immagini digitali scattate dal fotografo Giovanni Lattanzi nell’area del cratere; parallelamente, la Fototeca Hertziana si è impegnata ad eseguire periodiche campagne fotografiche affidate a Enrico Fontolan.

La sequenza temporale documentata da queste collezioni ha di fatto innescato un graduale processo di monitoraggio delle dinamiche attivate dal sisma, contribuendo alla costruzione di una cronistoria visiva dei luoghi colpiti e delle loro metamorfosi. Una sorta di diario per immagini a disposizione di chi dovrà occuparsi di ricostruire la città, sull’esempio, seppure in un diverso contesto di devastazione, di quanto scriveva lo storico e filologo romagnolo Augusto Campana nel diario di guerra Le pietre di Rimini: “tenere memoria di quanto di volta in volta accadeva che toccasse il patrimonio archeologico, artistico e storico della città, con lo scopo principale di offrire nell’avvenire prossimo e lontano dati utili a quanti si dovranno occupare del restauro o dello studio dei monumenti, e in genere del materiale storico”.
Attraverso la fotografia è possibile tracciare il segno delle mutazioni in atto ad Amatrice: il progetto, in tal senso, continua ad alimentarsi attraverso periodici aggiornamenti sul campo e mira a rendere accessibile online il materiale fotografico catalogato e prodotto.

La sequenza delle immagini relative al campanile di Sant’Emidio e alla Torre Civica documenta con efficacia il variare delle condizioni dei monumenti nella realtà accelerata della città post-catastrofe. I corpi svettanti dei campanili progressivamente distorti, decapitati e fasciati dalle intelaiature di messa in sicurezza sono ora i landmark prominenti, gli unici segni verticali a cui, nella scomparsa dell’abitato, è affidata la memoria materiale della città.

Vulnerabilità. Alle immagini delle recenti campagne fotografiche e al confronto con le fotografie storiche è inoltre affidato il compito di delineare le vicende conservative dei principali monumenti di Amatrice: la Torre Civica e le chiese di San Francesco, Sant’Agostino e Sant’Emidio, già sede del Museo Civico “Cola Filotesio”. Per questi edifici, anche il semplice accostamento delle immagini storiche, riprese nel corso del Novecento, con gli scatti recenti, rende conto di quali fossero le situazioni di degrado preesistenti, nonché dei restauri e delle modifiche inevitabilmente occorsi negli anni. Allo stesso tempo, il riscontro fotografico contribuisce alla comprensione dei meccanismi di danneggiamento innescati dal terremoto e all’individuazione delle operazioni più adatte a migliorare la risposta sismica.

Nella sequenza dedicata alla facciata di San Francesco, le immagini documentano la sopraelevazione del prospetto effettuata nel corso dei restauri degli anni Cinquanta e il crollo della stessa con il terremoto del 24 agosto 2016, che ha allargato un quadro fessurativo già ravvisabile nelle foto storiche. Le riprese scattate nel 2017 e 2018 mostrano invece l’attivazione di nuovi fenomeni di degrado, causati dal protrarsi delle scosse e amplificati dalla perdita della copertura, con la conseguente aggressione degli agenti atmosferici; fenomeni oggi parzialmente arrestati con i presidi di messa in sicurezza.

Un processo analogo è ricostruibile nella facciata di Sant’Agostino, che fu parimenti sopraelevata nel Novecento con l’apertura del rosone. Anche in questo caso, la parte risarcita è stata la prima a cedere sotto l’azione delle scosse. Le immagini recenti testimoniano non solo la progressione dei danni a seguito del sisma del 30 ottobre 2016, ma anche l’amplificazione degli effetti sismici, evidente nella vicenda della torre campanaria: se le prime scosse, provocando il crollo dell’adiacente Porta Carbonara, avevano messo in luce la relazione costruttiva tra i corpi del campanile, della porta urbica e della chiesa, la torre, visibilmente fuori piombo durante il lungo sciame sismico, si è sgretolata il 18 gennaio 2017, poco prima che fosse avviato l’intervento di messa in sicurezza, reso difficile dal protrarsi delle scosse e da un inverno particolarmente rigido e nevoso.

Dislocazioni. Il dibattito sulle rovine provocate dai grandi disastri, naturali o dovuti alla mano dell’uomo, è oggetto di particolare attenzione da parte della recente letteratura e segna un nuovo interesse anche nel campo delle procedure di pronto intervento per la rimozione e la selezione delle macerie. Le scosse che hanno colpito Amatrice nel 2016 e 2017 hanno sollecitato la predisposizione a opera dei tecnici dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di specifiche Procedure per la rimozione e il recupero delle macerie di beni tutelati e di edilizia storica. Fondate sul criterio della distinzione del materiale crollato in tre tipologie – macerie di beni tutelati (A), resti dell’edilizia storica (B) e materiali privi di interesse culturale (C) –, tali procedure consentono di differenziare il materiale da smaltire in discarica da quello recuperabile.

Le immagini illustrano le operazioni di sgombero dei detriti, con le macerie che vengono selezionate su un rullo in movimento e i diversi materiali ammucchiati in cumuli distinti. L’urgenza di ripristinare la viabilità del corso per l’accesso dei mezzi di soccorso ha costretto a rimuovere i detriti che ingombravano la strada e a trasportarli nel sito di stivaggio predisposto nella cava di Albaneto presso Posta, rimandando a una seconda fase la cernita dei frammenti recuperabili. Il vaglio del materiale ha consentito in alcuni casi il recupero di elementi di pregio poi trasferiti nei depositi messi a disposizione dai Comuni o allestiti dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Adesso quelle pietre reclamano urgentemente una riflessione sul loro futuro perché, perduto il centro storico nella sua secolare stratificazione, il principio del “dov’era e com’era” ad Amatrice non è più attuabile e lascia aperti interrogativi sul riuso dei frammenti scampati alle demolizioni. Qualsiasi provvedimento si deciderà di attuare per la nuova Amatrice ci si dovrà avvalere del mezzo fotografico nel suo duplice ruolo: testimonianza della città che non c’è più e, al contempo, strumento di registrazione delle sue disiecta membra.

Diverso il destino di alcuni dei frammenti delle chiese e degli edifici di interesse storico-artistico. L’ultima sequenza narra la vicenda del portale di San Francesco, di cui si era appena concluso il restauro prima del terremoto. Le immagini mostrano le sculture delle strombature atterrate insieme ai tubi dell’impalcatura del cantiere di restauro, la successiva messa in sicurezza della muratura e la cernita dei frammenti scultorei recuperati. Il gruppo plastico della lunetta, fortunatamente illeso, è stato messo in salvo dai Vigili del Fuoco e quindi esposto in occasione della mostra Rinascite. Opere d’arte salvate dal sisma di Amatrice e Accumoli (Roma, 2017–2018).

Quale futuro?

Già all’alba del 24 agosto 2016, a poche ore dalla prima scossa, nel lanciare l’allarme il sindaco di Amatrice esclamava: “il paese non c’è più!”. Eppure, anche di fronte all’improvvisa devastazione, la città ferita non è del tutto scomparsa: macerie e brandelli del costruito, anche se atterrati e smembrati, mantengono una propria persistenza fisica. Questo l’assunto su cui si è basato il recupero del centro storico di Venzone, da molti indicato come un esempio virtuoso della ricostruzione post-sismica in Italia. La materia scomposta, lacerata, dispersa di cui era fatta Amatrice in parte sopravvive ancora oggi nei depositi e in futuro dovrà necessariamente assumere nuove forme di uso e di percezione. Operazione più facile per i beni mobili: ricoverati nei luoghi di raccolta sparsi sul territorio provinciale, resteranno decontestualizzati e saranno destinati ai musei, come già accaduto in tanti analoghi episodi della lunga storia sismica italiana.

Il corpo della città. A tre anni dal terremoto, pressoché conclusa la fase di rimozione delle macerie, Amatrice è quasi scomparsa: di edifici, arredi, piazze e monumenti distrutti dalle scosse e cancellati dalle ruspe restano le immagini, per questo tanto più preziose. I panorami ripresi alla fine del 2018 restituiscono il senso di spaesamento che si prova nell’attraversare il perduto spazio urbano, dove le uniche ombre proiettate sono quelle delle due torri superstiti, che svettano su una landa desolata, quasi resti archeologici di una città perduta. Nell’assenza del costruito, le stesse montagne che prima cingevano l’abitato divengono protagoniste assolute di un paesaggio muto, in cui la natura ha ripreso il sopravvento.

Perdute le coordinate di riferimento dell’originario tessuto viario che oggi sopravvive, soltanto rievocato, nello spettrale corridoio recintato di corso Umberto, annientate le relazioni tra il “dentro” e il “fuori” le mura, sarà ancora possibile ricostruire Amatrice?
I monumenti superstiti, le torri e i brandelli delle chiese che il terremoto e le ruspe hanno risparmiato, in che modo riusciranno a relazionarsi con la nuova città che dovrà accogliere la comunità ferita e le sue attività? Amatrice, nei fatti, tornerà ad essere una città di “nuova fondazione”.

Per approfondire

A causa dell’ampiezza e della diversità dei temi trattati, questo progetto digitale non può ospitare riferimenti bibliografici esaustivi, che auspichiamo di presentare in altra sede. Per un primo approfondimento sui singoli argomenti, si offre di seguito una ristretta selezione di voci essenziali.

Sul territorio e sul patrimonio artistico e architettonico di Amatrice prima del terremoto, segnaliamo in particolare il libro a cura di Anna Imponente e Rossana Torlontano, Amatrice. Forme e immagini del territorio, Milano 2015, e il saggio di Francesco Gangemi, Ai confini del Regno. L’insediamento francescano di Amatrice e il suo cantiere pittorico, in Universitates e baronie. Arte e architettura in Abruzzo e nel Regno al tempo dei Durazzo, a cura di Pio F. Pistilli, Francesca Manzari, Gaetano Curzi, Pescara 2008, vol. 2, pp. 93–118. Il sisma ha dato nuovo impulso agli studi su quest’area appenninica: una bibliografia ragionata è stata compilata di recente da Alessandra Acconci, Memoria. La civiltà degli Appennini e il patrimonio artistico di Amatrice e Accumoli, in Rinascite. Opere d’arte salvate dal sisma di Amatrice e Accumoli, catalogo della mostra (Roma, 2017–2018), a cura di Alessandra Acconci e Daniela Porro, Verona 2017, pp. 145–147. Alle voci qui raccolte sono da aggiungere i saggi nel recente volume Ai piedi della Laga. Per uno sguardo d’insieme al patrimonio culturale ferito dal sisma nel Lazio, a cura di Giuseppe Cassio et al., Milano 2019.

Sul rapporto tra fotografia e catastrofe, esistono contributi variamente dedicati ai terremoti di forte intensità che hanno colpito l’Italia nel corso del Novecento: Paola Callegari, Fotografare le calamità. La fotografia, il territorio e i disastri naturali, in La furia di Poseidon. 1908 e 1968: I grandi terremoti di Sicilia, a cura di Giovanni Puglisi, Paola Callegari, Milano 2009, pp. 9–17; Valentina Valerio, Gli scatti del tempo puro. Il ruolo della fotografia nella ricostruzione della chiesa di San Pietro ad Alba Fucens danneggiata dal terremoto del 1915, in Storia dell’arte come impegno civile. Scritti in onore di Marisa Dalai Emiliani, a cura di Angela Cipriani, Valter Curzi, Paola Picardi, Roma 2014, pp. 267–274; La memoria di un evento. Il Friuli terremotato nelle immagini del gabinetto Fotografico Nazionale, a cura di Floriana Marino, Trieste 2014; Tiziana Serena, Catastrophe and photography as a “double reversal”, in Wounded cities. The representation of urban disasters in European art (14th–20th centuries), a cura di Marco Folin e Monica Preti, Leiden 2015, pp. 137–164.

Le immagini storiche, riferibili a diverse fonti e finalità (istituzioni di tutela, storiografia, turismo), hanno avuto un ruolo importante nella narrazione del territorio e dei monumenti amatriciani. La nostra ricerca si è avvalsa delle collezioni di diversi archivi fotografici, ma numerose immagini dai fondi delle Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio sono state nel frattempo pubblicate in Amatrice con gli occhi di prima, Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli, Cinisello Balsamo 2019.

Il contributo della fotografia all’analisi della vulnerabilità dei monumenti è un tema troppo ampio per essere affrontato in questa sede e per il quale auspichiamo un rinnovato confronto con altri settori disciplinari quali l’architettura e l’ingegneria strutturale. Qui ricordiamo soltanto i densi saggi di Francesco Doglioni, a partire dal pioneristico Le Chiese e il Terremoto. Dalla vulnerabilità constatata nel terremoto del Friuli al miglioramento antisismico nel restauro, verso una politica di prevenzione, a cura di Francesco Doglioni, Alberto Moretti, Vincenzo Petrini, Trieste 1994.

Per il ruolo delle istituzioni di tutela nell’emergenza sismica è stato essenziale lo spoglio dei decreti e delle direttive ministeriali e delle linee guida messe in campo in occasione degli ultimi eventi catastrofici, a partire dalle Procedure per la rimozione e il recupero delle macerie di beni tutelati e di edilizia storica stilate dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro.

Il gruppo di ricerca

Questo progetto è frutto di una serie di riflessioni e iniziative maturate in diversi contesti: un workshop, ospitato dalla Bibliotheca Hertziana il 6 dicembre 2016, dal titolo Conversazione su Amatrice. La città e il territorio all’indomani del sisma, nel quale si è costituito il presente gruppo di ricerca, e un soggiorno di ricerca di Francesco Gangemi presso l’Italian Academy for Advanced Studies in America della Columbia University, New York (2017), dove è nata l’idea di questa mostra digitale. Il progetto ha preso avvio dalla collezione fotografica della Bibliotheca Hertziana, che ha sostenuto l’impresa proponendone la pubblicazione online, fornendo costante supporto scientifico e tecnico e attivando una proficua collaborazione con le Soprintendenze territoriali coinvolte.

Francesco Gangemi è storico dell’arte, già ricercatore presso la Bibliotheca Hertziana e il Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut
Rossana Torlontano insegna Storia dell’arte moderna presso l’Università degli studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara
Valentina Valerio è storica dell’arte presso la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma

Idea, testi e selezione delle immagini   Francesco Gangemi, Rossana Torlontano, Valentina Valerio

Progettazione della mostra digitale   Tatjana Bartsch, Francesco Gangemi, Johannes Röll, Rossana Torlontano, Valentina Valerio

Realizzazione web   Tatjana Bartsch

Traduzioni   Charlotte Huber

Assistenza   Enrico Fontolan, Christian Höger, Marga Sanchez, Marlene Schwemer, Maria Tafelmeier

Crediti fotografici   Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti, Bibliotheca Hertziana, The Getty Open Content Program, Bildarchiv Foto Marburg, Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale – Nucleo di Roma, Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, Comando dei Vigili del Fuoco di Amatrice, Archivio Storico dell’Istituto Luce, Apple Maps, Enrico Fontolan, Francesco Doglioni, Francesco Gangemi, Giovanni Lattanzi, Antonio Ranesi, Valentina Valerio

La campagna fotografica completa di Enrico Fontolan, fotografo della Bibliotheca Hertziana, dello stato di Amatrice del 9.11.2018, è consultabile a questo link nel catalogo online della Fototeca.

Ringraziamenti   Siamo grati alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale e alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti, che hanno messo a disposizione la documentazione storica conservata nei propri archivi. Ringraziamo in particolare i Soprintendenti Margherita Eichberg e Paola Refice, nonché Stefano Gizzi, che ha avviato e sostenuto la collaborazione con la Fototeca della Bibliotheca Hertziana.
Il primo impulso per questa mostra è stato dato dall’Italian Academy for Advanced Studies in America della Columbia University, New York, nell’ambito dell’International Observatory for Cultural Heritage. Siamo grati a David Freedberg e Barbara Faedda per la fiducia accordata al progetto. Un ringraziamento speciale va ad Abigail Asher, per la collaborazione costante e l’impegno nella revisione del testo inglese.
Siamo debitori a Mario Ciaralli, testimone sul campo delle trasformazioni in atto nella città terremotata.
Ringraziamo Giusi Lombardi per il contributo dato alla fase iniziale di raccolta e analisi delle fotografie storiche.
Grazie inoltre a Carmen Belmonte, Alessandro Betori, Giuseppe Cassio, Enrico Ciavoni, Chiara Delpino, Federica di Napoli Rampolla, Valentina Milano, Regine Schallert, Elisabetta Scirocco, Salvatore Settis, Gerhard Wolf.

1.6.2020

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